Ho sempre comprato azioni per il nome. Poi ho scoperto queste tre metriche.
La prima azione che ho comprato in vita mia era Enel.
Perché Enel? Perché la conoscevo. Forniva la luce, era ovunque, sembrava solida. Poi Telecom — stesso ragionamento. Poi Campari, perché mi piaceva l’idea di possedere un pezzo di un’azienda che produce Aperol.
Non avevo fatto nessuna analisi. Guardavo il prezzo, pensavo “sembra ragionevole”, e compravo. Un approccio che funziona finché funziona — e smette di funzionare esattamente quando non te lo aspetti.
Quando ho deciso di costruire uno screener azionario con Google AI Studio — di cui ho parlato in questo articolo — ho dovuto fare una cosa che avevo sempre rimandato: scegliere delle metriche. Numeri precisi su cui basare una decisione. Non “mi sembra solida”. Non “la conosco”. Numeri.
E allora mi sono chiesto: quali?
Tre domande da fare a un’azienda prima di investirci
Ho cercato, letto, filtrato. Alla fine sono arrivato a tre metriche che mi sembrano le tre domande più utili da fare a un’azienda. Non le ho inventate io — le usano analisti professionisti, gestori di fondi, investitori come Warren Buffett. Ma soprattutto mi sembrano domande con una logica chiara, che anche un non esperto riesce a capire e a usare.
La prima domanda: quanti soldi veri genera questa azienda?
Questa è il Free Cash Flow — FCF. Non l’utile che trovi nel bilancio, ma i soldi che restano davvero in cassa dopo che l’azienda ha pagato tutto: tasse, investimenti, manutenzione. La differenza è importante perché un’azienda può mostrare utili contabili positivi e avere comunque i conti in rosso. Il FCF non mente — i soldi ci sono o non ci sono.
Se avessi guardato il FCF di Telecom Italia negli anni in cui l’ho comprata, avrei visto subito che l’azienda generava pochissima cassa rispetto al debito che si portava dietro. Non l’ho fatto. Ho guardato il nome.
La seconda domanda: sa usare bene i soldi che ha?
Questa è il ROIC — Return on Invested Capital. Misura quanto rende ogni euro investito nell’azienda. Un ROIC alto significa che il management sa allocare il capitale in modo efficiente. Un ROIC basso significa che l’azienda prende soldi — dagli investitori, dalle banche — e li brucia senza creare valore proporzionale.
È il filtro sulla qualità del business. Due aziende possono avere lo stesso fatturato e utili simili, ma ROIC completamente diversi. Quella con ROIC più alto è quasi sempre la scelta migliore nel lungo periodo — ed è esattamente l’orizzonte temporale di un cassettista come me.
La terza domanda: il prezzo che pago è ragionevole rispetto a quanto crescerà?
Questa è il PEG Ratio — e ha una storia interessante. È stato reso famoso da Peter Lynch, un gestore americano che negli anni ’80 e ’90 ha ottenuto rendimenti straordinari con un approccio che mi è sempre piaciuto: investire in quello che si conosce, spiegare la finanza con parole normali, evitare l’astrazione fine a se stessa.
Il PEG nasce da una limitazione del classico P/E — il rapporto prezzo/utili. Il P/E ti dice quanto stai pagando per ogni euro di utile, ma non tiene conto di quanto velocemente quegli utili cresceranno. Un’azienda con P/E alto potrebbe sembrare cara — ma se cresce del 30% l’anno, forse è un affare. Il PEG corregge questa distorsione dividendo il P/E per il tasso di crescita atteso degli utili. Un PEG sotto 1 è generalmente considerato interessante. Sopra 2 inizia a fare meno gola.
Perché queste tre e non altre
Non sono le uniche metriche che esistono. Il mondo della finanza ne ha decine — P/B, EV/EBITDA, Debt/Equity, Current Ratio. Ho scelto queste tre perché, secondo me, insieme coprono tre angoli diversi e complementari.
Il FCF ti dice se l’azienda genera cassa reale. Il ROIC ti dice se la usa bene. Il PEG ti dice se il prezzo che paghi è ragionevole rispetto alla crescita. Sono tre filtri in sequenza — e un’azienda che li supera tutti e tre ha già passato un esame che molte non superano.
Non è un sistema infallibile. Nessun sistema lo è. Ma è un punto di partenza molto più solido di “mi sembra un nome che conosco”.
Una cosa che devo dire con onestà
Lo screener che ho costruito — e che puoi trovare su GitHub tramite il primo articolo — è uno strumento nuovo. Non ho ancora comprato nessuna azione usando queste metriche. Sto imparando a usarlo, sto capendo i suoi limiti, sto ancora costruendo la disciplina per fidarmi dei numeri invece del nome.
Questo articolo non è la testimonianza di un metodo che ha funzionato. È il racconto di un cassettista che sta cercando di fare le cose un po’ meglio di prima.
Enel, Telecom e Campari le ho comprate con l’istinto. La prossima volta vorrei avere anche i numeri dalla mia parte.
